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Frank Vandenbroucke solowattaggio

Avremmo amato Vandenbroucke

C’è un corridore che è sempre stato diverso e che ha lasciato dietro a se una scia di malinconia e ricordi. Lo si sente da quando te lo descrivono coloro che lo hanno visto e conosciuto, lo si capisce scorrendo le foto e i video registrati in VHS e caricati su Youtube. Il suo nome è speciale, la sua sigla quando viene pronunciata è qualcosa di unico: Vé-Dè-Bè, VDB, Frank Vandenbroucke. Noi millenials lo abbiamo intravisto, soprattutto nel suo periodo finale e meno roseo, ma non lo abbiamo mai vissuto. Eppure siamo sicuri che sarebbe stato un nostro corridore, lo capiamo guardando gli occhi della gente che ce ne parla, lo capiamo da qualche frame e da qualche scatto.

In questo periodo storico dominato dal normcore e dalla standardizzazione degli atleti, andare a leggere le interviste ed i racconti su Frank è una boccata d’aria ed è un viaggio appassionante che svela retroscena incredibili. C’è una storia in particolare che ci ha incuriositi e ci ha fatto saltare sulla sedia. Siamo nell’Agosto del 2006, VDB ha 32 anni e si è trasferito nella tranquillità della Bassa Pavese dopo una breve esperienza con il team Unibet fino al mese di Maggio. In questo periodo solitamente i ciclisti amatoriali vanno in vacanza, ma non nel paese di Inverno, non in queste zone dove le gare in circuito sono una tradizione. Qui si corre tutte le settimane e durante le ferie di Agosto quasi ogni giorno. Ma cosa centra un’icona del ciclismo belga con i ciclisti amatoriali che si sfidano sotto un sole devastante? E’ qui che arriva il bello e tutto ciò si può riassumere in un nome: Francesco Del Ponte, nato a Losanna nel 1975 e tesserato per la squadra amatoriale Team Olympus. Sul tesserino UDACE c’è la foto di un volto noto nel mondo del ciclismo, quello di Tom Boonen. Ebbene Francesco Del Ponte è un’imperfetta traduzione italiana del nome Frank Vandebroucke. (In fiammingo broucke significa pantalone). A mettere quella foto sulla tessera fu il presidente del Team Olympus, un altro ex professionista e vincitore del Giro d’Italia nel 1994, un certo Evgeni Berzin.

Il tesserino UDACE con la foto di Tom Boonen

Il tesserino UDACE con la foto di Tom Boonen

Eugeni Berzin vandenbroucke

Berzin nel suo autosalone.

 

E’ Mercoledì 23 Agosto e si corre la quinta tappa del “1° Giro del Basso Pavese” (7° G.P. Mamma Agnese), un circuito pianeggiante da ripetere 11 volte per un totale di 60 chilometri. Alle ore 16:45 partono le categorie Cadetti,Junior e Senior, appena dopo l’arrivo dei Veterani e Gentleman. Si presenta in partenza il numero 6: biondo, magro, pantaloncini della Landbouwkreditm e pedala su una bici Girs. Lo si vede dalla gamba, non è un amatore come gli altri. Parte la corsa, iniziano i soliti attacchi così casuali e così belli che contraddistinguono queste gare in circuito, poi esce il numero 6, lui, Vé-Dè-Bè. I chilometri passano, mancano 400 metri ed è ancora in testa, ma non appena vede una stradina svolta e si dirige verso casa sua, abbandonando la corsa e lasciando che gli amatori del Mercoledì si giochino la volata.

La volata fra Manzoni e Giambelli

La volata fra Manzoni e Giambelli , qualche metro dopo che Vandenbroucke si defilò ed uscì dalla corsa.

 

C’è chi crede che questa storia sia assurda e grottesca, chi non perde l’occasione per deridere il mondo del ciclismo amatoriale e chi, come noi, in queste azioni vede solo una cosa: agonismo. Si, perché era questa voglia di correre e di tornare ancora grande che lo teneva ancora vivo, in mezzo a problemi di depressione e droga. Attaccare il numero sulla schiena era la sua unica via di fuga. Poteva correre senza iscriversi stando dietro al gruppo, come fanno molti professionisti tutt’oggi, ma lui invece no, voleva sentirsi in gara e come lui stesso ha ammesso “E’ stata una debolezza”. “Ho fatto queste corse perché le giornate sono lunghe. In gruppo passano meglio. Mi hanno proposto: perché non metti un numero? Ho accettato” .

 

Frank Vandenbroucke aka Francesco del Ponte solowattaggio

Frank Vandenbroucke aka Francesco del Ponte

 

Scorrendo le sue foto si ha una sensazione strana, sembra di osservare un ciclista estraneo al resto del plotone di quel tempo. Guardate alcuni scatti quando era in maglia Cofidis: capello biondo impomatato, fisico longilineo e tiratissimo, postura elegante, bocca semichiusa, occhiale proveniente dal pianeta Marte e i copri scarpe, anche nelle tappe in montagna. Brian Holm una volta disse: “Vandenbroucke è riuscito a rendere cool anche un completo della Cofidis”. E se lo dice Brian…
Sulla stessa linea di pensiero c’è anche Graham Watson, uno dei fotografi più rinomati nel mondo del ciclismo, che lo ricorda così: “Frank Vandenbroucke fu, inizialmente, il ciclista con più classe che io abbia mai fotografato. Era un ballerino in bicicletta: elegante, forte, energico, di bell’aspetto ed estremamente entusiasmante da guardare”.

Guardate questo video della sua vittoria alla Vuelta del 1999 nella 19esima tappa con arrivo ad Avila. Guardate con che facilità se ne va da solo, con che facilità spinge il padellone. Gli altri pedalano sgraziati, con tutta la forza che hanno, anche con le spalle. Lui no, lui vola.

Il suo capolavoro rimane sicuramente la Liegi-Bastogne-Liegi nel 1999. Sulla Redoute insegue e affianca Bartoli, poi sul St. Nicholas stacca Boogerd con una progressione da fuoriclasse con un rapporto da manicomio. Lo aveva detto ai giornalisti che avrebbe attaccato li, lo sapevano tutti. Eppure è andato via facile, in solitudine.

Un giornalista di una nota testata belga ci ha raccontato un aneddoto bellissimo su Frank. “Stavamo correndo una 24 Ore nel circuito di Zolder, me lo ricordo come se fosse oggi. Era il mio turno e stavo pedalando verso la linea del traguardo per percorrere un altro giro, feci l’ultima curva e all’intero vidi una persona incitarmi con passione. Era lui, Frank”. Amava i suoi tifosi, i suoi connazionali, il suo Belgio. Nel 2003, quando si presentò nuovamente alla Ronde Van Vlaanderen (chiusa poi in seconda posizione), i tifosi belgi gridavano “Dio è tornato!”. Nel 2009 pubblicò la sua autobiografia “Ik Ben God Niet”, Io non sono Dio. Per lui era troppo, non riusciva a portare tutto questo peso da solo.

Uno che non abbiamo vissuto e che non abbiamo visto correre nei suoi momenti migliori, ma che avremmo amato sicuramente. Un personaggio celestiale che volava in bici, ma che non è riuscito a stare al passo con la fama e con la pressione.
Voi che l’avete visto, raccontatecelo.

Fonti: Gazzetta – Enjoyfoto – Soigneur – Cycling News
PS: ogni anno da quelle parti si corre una gara in circuito chiamata “Trofeo Frank Vandenbroucke”. Che sia un tributo o casualità non lo sappiamo.

Ex sciatore Pro(?) Amo la Roubaix, Kitzbuhel e i non campioni che hanno stile e vincono ogni tanto.

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