Psicologia

La solitudine dell’atleta

Gli atleti sono persone un po’ diverse. Non mi riferisco a una diversità legata alla persona, quanto piuttosto a una diversità nelle abitudini, nella gestione dei tempi e dei ritmi di vita. Una diversità che spesso può creare solitudine e distanza dai membri del gruppo di appartenenza.
Si tratta di una solitudine che inizia già all’epoca delle scuole quando lo studente-atleta si confronta con un’organizzazione delle proprie giornate che è molto differente da quella dei coetanei e compagni di studio. Al pomeriggio non ci sono uscite al centro commerciale o chiacchiere al parchetto, perché il nostro dovrà allenarsi. Il sabato e la domenica non fanno eccezione, perché ci sono le gare e magari pure le trasferte in una città diversa dalla propria. Spesso è necessario rinunciare alla gita scolastica per ingestibili sovrapposizioni con le competizioni o per l’impossibilità di assentarsi dalle sessioni di training.

In età più adulta le cose non vanno meglio. Spesso quando gli amici di una vita prendono le ferie dal lavoro, queste coincidono con la stagione agonistica o con il momento della preparazione per l’annata successiva e quindi addio vacanze in compagnia. Se gli amici escono a bere qualcosa al pub, la dieta e la necessità di riposare spesso impongono di rinunciare a queste serate goliardiche.

Tutto questo può far emergere un senso di esclusione. Perché non si è oggettivamente presenti e non si possono condividere quotidianità e momenti di svago. Il nostro atleta può sentirsi alla rincorsa, per star dietro a un contesto sociale/amicale che sfugge per ritmi e tempistiche incolpevolmente differenti.
Per fortuna c’è il rovescio della medaglia. Ciò che l’agonismo toglie, l’agonismo restituisce. Quel bisogno di sentirsi simili a qualcuno, di condividere il tempo e le esperienze in un contesto relazionale viene appagato dall’appartenenza a una squadra e dalla presenza di quei compagni di allenamento che sono legati a filo doppio da una passione comune.
Con loro sarà possibile condividere le fatiche delle sedute in palestra, le trasferte, le ansie di una gara, i successi e i fallimenti.

Forse la solitudine e la distanza che l’atleta percepisce in alcuni ambienti e contesti, è il prezzo da pagare per poter accedere a relazioni che sono dei veri e propri sodalizi, cementati dall’aver attraversato insieme momenti di gioia e felicità, momenti di delusione e sconfitta. Potremmo parlare di amicizia ma forse si tratta di qualcosa di più. Qualcosa che permette di dire “queste sono le mie persone”. Qualcosa che crea ricordi, vissuti e per cui basta uno sguardo per ritornare con la mente a episodi che hanno segnato e unito, nel bene e nel male, coloro che, in virtù della passione per il proprio sport, hanno avuto il privilegio di vivere e condividere.

 

Photo: @carloberry

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Psicologa e mental coach, mi occupo di mental training e della massimizzazione della performance sportiva. Sempre di corsa, ma senza scorciatoie.

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