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Non è finita finchè è finita (parte seconda)

Nell’ultimo articolo abbiamo visto come a fronte di un errore o di una calo fisico, l’atleta possa mentalmente cedere e smettere di lottare per cercare di portare a termine la propria gara.

Abbiamo anche visto che rinunciare a tenere duro risponde alla decisione di non continuare a investire su una competizione che non potrà più essere perfetta. Una competizione che l’atleta vede ormai compromessa. Questa decisione porta con sé l’idea che matura nella mente dell’atleta che ormai nulla è più recuperabile e che il finale della gara si è ormai deciso in virtù del proprio errore.
In tutti questi ragionamenti che si sviluppano a livello più o meno consapevole nella mente dell’atleta in un arco di tempo brevissimo, non compaiono gli avversari. O meglio, gli avversari vengono implicitamente dati per vincenti, come coloro che certamente non sbaglieranno o che alla fine otterranno un risultato migliore.
La domanda sorge spontanea…ma chi l’ha detto? Dove sta scritto che gli avversari non commetteranno errori o che non avranno dei cali fisici? Questo potrebbe avvenire così come no. Questo nessuno può saperlo fino alla resa dei conti. Eppure l’atleta con la propria decisione di mollare lascia spazio agli altri.
Pensare che l’avversario sicuramente ci batterà e che con la crisi in corso non lo raggiungeremo più, rappresenta quella che tecnicamente si chiama “profezia che si autoavvera”. Quando pensiamo che qualcosa andrà storto, 99 su 100 così accadrà. Non è magia. Semplicemente quando ci convinciamo che le cose andranno in un certo modo, inconsciamente mettiamo in atto dei comportamenti che faranno sì che quanto atteso si concretizzi. Nel caso di una competizione, se penso che: a) a causa del mio errore non ho più possibilità di recuperare, b) che gli avversari faranno meglio di me, c) che il risultato finale è già scritto, sto adottando un atteggiamento che si tradurrà in comportamenti poco “aggressivi”, quanto piuttosto rinunciatari. Comportamenti che porteranno a confermare quanto atteso.
Non sono la sfortuna, la sorte o gli avversari a scrivere il finale negativo prospettato dall’atleta, quanto piuttosto l’atleta stesso che con la propria decisione di rinunciare e di lasciare spazio, mentalmente e concretamente, agli avversari decide come finiranno i giochi. E questo, sia chiaro, non è frutto dell’errore o di un momento di difficoltà (quelli possono essere recuperati o superati) quanto piuttosto dall’aver messo in campo un atteggiamento poco combattivo e comportamenti scarsamente efficaci nel contrastare la prospettiva di insuccesso attesa dall’atleta.

@valentinapenati

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