Psicologia

Ricostruirsi

Infortuni, sconfitte brucianti e cali di prestazione, sono tutte eventualità che richiedono all’atleta di rimboccarsi le maniche e ricominciare da capo. Sarebbe forse meglio dire di ricostruirsi. Sì perché a seguito di ciascuno degli eventi elencati si crea una frattura, una crepa tra ciò che c’era prima e ciò che c’è dopo, tra l’immagine che si aveva di se stessi e quella che si ha ora. Questo spartiacque che si viene a creare procura il più delle volte disorientamento e richiede di mettere in atto una serie di azioni per ritrovare una propria dimensione. Non si può semplicemente dire “ok non è successo nulla, ora riparto”, perché non è così. Farsi male, perdere una gara importante, non riuscire più a esprimersi al proprio meglio sono esperienze che creano un disequilibrio interiore nell’atleta, perché vanno a intaccare quelle che erano considerate delle certezze. Sarebbe peraltro poco realistico cercare di recuperare l’equilibrio antecedente ai fatti, perché inevitabilmente queste esperienze modificano l’approccio della persona, il suo modo di percepire la dimensione competitiva e se stesso.

Cercare di tornare “quelli di prima” rischia di portare a uno sforzo estremamente frustrante, perché inevitabilmente si è instaurato un cambiamento e ripristinare quanto esisteva in precedenza appare poco realistico. Si è cambiati dentro, nel modo di leggere la realtà e se stessi.

Ecco allora l’esigenza di ricostruirsi. A partire dalle motivazioni, l’atleta deve poter capire se quell’evento di rottura ha intaccato le motivazioni pregresse o se sono rimaste immutate. In un caso le motivazioni andranno riviste o ridimensionate, mentre nel secondo caso andranno riadattate alle nuove condizioni che si sono create. Sulla base di ciò l’atleta può iniziare a ripensare a se stesso ma soprattutto ad accettare e integrare la battuta d’arresto in cui è incorso, iniziando a concepirla come un fatto inevitabile nel proprio percorso di sportivo. L’atteggiamento più redditizio è quello della scoperta rispetto alle proprie modalità di funzionamento (es. capacità di reazione, adattamento) a un evento inatteso e sgradito. Guardare dentro a questi fatti, al perché sono occorsi, all’impatto che hanno su di noi, è necessario. Prenderne le distanze e non volerci entrare, al contrario, rappresenterebbe un grosso errore, perché significherebbe voltare pagina senza concedersi il tempo di elaborare il dolore, il fallimento, la fatica. E’ quindi indispensabile “starci dentro”.

Mi rendo conto che dire a un atleta che si è appena infortunato o che ha appena perso una gara importantissima che deve considerare quell’evento come un’occasione per diventare più forte, è una follia. Spesso è ciò che sentiamo dire, ma – siamo onesti – chiunque reagirebbe in malo modo! Ma se diamo il tempo e la possibilità all’atleta di metabolizzare quanto occorso, di stare dentro alla delusione o alla disperazione, lentamente abbraccerà una nuova prospettiva e diventerà possibile attivare un processo di ricostruzione in cui la conquista di un nuovo equilibrio si arricchisce di quelle risorse che l’evento disturbante ha permesso di far emergere e di cui l’atleta si è reso giocoforza consapevole.

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Psicologa e mental coach, mi occupo di mental training e della massimizzazione della performance sportiva. Sempre di corsa, ma senza scorciatoie.

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