Questione di problem solving

E se una gara non fosse altro che un problema da risolvere?
Di fronte a una competizione sono molte le tipologie di approccio adottate dai diversi atleti. Per alcuni è questione di vita o di morte. Altri la vivono come un momento di giudizio sia come persone che come atleti. Per alcuni è invece il banco di prova in cui mostrare a se stessi e agli altri il proprio valore. Per altri ancora, pochi in realtà, la gara è un’occasione di divertimento. Mille altre potrebbero essere le motivazioni che accompagnano l’atleta alla gara e, nella stragrande maggioranza, vengono chiamate in gioco le emozioni, le aspettative e i valori personali.
Proviamo per un attimo a cambiare prospettiva e a guardare alla competizione come a un problema da risolvere, seguendo la classica sequenza di problem solving proposta dall’approccio scientifico. Quando una situazione si presenta alla nostra attenzione possiamo percepirla come un dato di fatto o percepire l’esistenza di un problema (c’è una gara a cui partecipare). In questo secondo caso andremo a definire il problema (si tratta di una gara a cui ho già partecipato, è una gara ambiziosa, ci sono avversari forti/alla mia portata etc.) e ad analizzarlo. Una volta fatto ciò formuliamo delle ipotesi per la sua risoluzione (nel contesto di gara questo significa pensare a delle strategie per affrontarla, al particolare tipo di attrezzatura necessaria per quelle condizioni etc.) che andremo poi a verificare (ad esempio attraverso il confronto con un allenatore o un tecnico). La rosa di possibili soluzioni e delle strategie connesse ci porterà poi alla scelta della soluzione migliore (cioè la strategia di gara) e alla sua applicazione.
Se guardiamo alla gara in questi termini, l’approccio diventa necessariamente più tecnico e procedurale. Nella definizione della soluzione e nella sua messa in atto, andiamo temporaneamente a spogliare la competizione di quell’investimento emotivo che ciascun atleta opera. Si guarda alla competizione in maniera più oggettiva, non in termini di situazione che espone a giudizio-critica-valutazione ma a una situazione per cui è possibile una soluzione, una soluzione che all’atto pratico della gara dovrà essere messa in campo. Riusciamo così a prendere temporaneamente le distanze da quei fattori che interferiscono con la prestazione e che inaspriscono il dato emotivo che, in definitiva, se non viene gestito può compromettere la performance. Prendere le distanze dunque, non negare o annullare la componente emotivo-motivazionale-valoriale che rappresentano l’essenza della pratica sportiva, che costituiscono la molla in grado di attivare e sostenere l’impegno e la continuità sia in allenamento che in gara. Aspetti quindi irrinunciabili che rendono l’esperienza del tutto personale e i vissuti unici in ogni individuo.

Va detto che questo tipo di approccio è in grado di fornire sicurezza in merito alla procedura, di garantire la consapevolezza di aver pianificato la strategia in quel momento ritenuta migliore ma che, ovviamente, non deve generare false aspettative rispetto al risultato. La strategia risolutiva può infatti essere pianificata e controllata, ma restano comunque attivi quei fattori intervenienti esterni (avversari, imprevisti, fattori ambientali) che possono sì essere pensati ma non controllati.

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Psicologa e mental coach, mi occupo di mental training e della massimizzazione della performance sportiva. Sempre di corsa, ma senza scorciatoie.

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